Mario Resca, Confimprese: «2° semestre in rialzo con 675 aperture e 6.750 posti di lavoro»
Il retail punta sullo sviluppo della rete distributiva nonostante l’incertezza normativa: rialzo del +10% sul 2° semestre 2018. Food e ristorazione cifra iconica del settore. Il Lazio sorpassa per la prima volta la Lombardia con 97 nuove aperture. Formazione, nuova frontiera contro l’incertezza del futuro
(Stresa, 14 giugno 2019) – L’Osservatorio Confimprese sul 2° semestre luglio-dicembre 2019 lima al rialzo le previsioni annunciate lo scorso gennaio (1027 aperture e 10mila posti di lavoro creati). L’output per il semestre che prende il via a luglio prevede 675 aperture di nuovi punti vendita con un impiego di 6.750 risorse totali e una crescita del 10% sullo stesso periodo 2018. Il lieve rimbalzo positivo è da ascrivere alla necessità da parte dei retailer di continuare a puntare sullo sviluppo della rete distributiva, nonostante il freno imposto dal ddl sulle chiusure dei festivi, ventilato tra il 2018 e la prima parte del 2019, ora in stand by alla Camera.
Nello split per regioni il Lazio sorpassa per la prima volta la Lombardia per numero di aperture: 97 vs 91 grazie a Roma che si conferma regina del turismo italiano con 15,2 milioni di incoming turistici.
Novità nella formazione. Aumenta il numero delle Academy interne e della cosiddetta learning zone, che racchiude online tutti i corsi e le informazioni necessarie per lavorare nei punti vendita e accompagnare le persone in un percorso individuale di crescita professionale.
Queste le principali evidenze emerse durante il 4° Retail Summit organizzato a Stresa da Confimprese, Ey e Gruppo Food.
«A questo punto dell’anno – chiarisce Mario Resca, presidente Confimprese – con lo stallo politico ancora in atto, che ha per il momento congelato il ddl sulle chiusure festive dei negozi, i retailer hanno ripreso a puntare sullo sviluppo della rete distributiva. Registriamo, infatti, un rimbalzo positivo di qualche punto percentuale grazie al rapido aumento di food e ristorazione. L’incertezza normativa pesa, ma le imprese lavorano per raggiungere gli obiettivi che si sono date a inizio anno e lo fanno nonostante le avversità»
Overview macroeconomica del mercato
Indice di fiducia dei consumatori. Recessione economica, prospettive lavorative e finanze personali. Propensione alla spesa
Secondo l’Osservatorio Confimprese Lab-Nielsen nel primo trimestre del 2019 l’indice di fiducia degli italiani scende a 68 punti rispetto ai 70 punti dell’ultimo trimestre del 2018, pur restando su un livello più alto (+2 punti) rispetto a un anno fa. Tra gli altri principali Paesi europei, da sottolineare la ripresa dell’indice di fiducia in Francia, dopo il forte calo dell’ultimo trimestre del 2018 e il calo per la Spagna. Al lieve miglioramento delle prospettive lavorative (dal 17% di un anno fa al 18% dell’ultima rilevazione la percentuale di chi vede positivo) non corrisponde un miglioramento della percezione circa lo stato delle proprie finanze personali (dal 30% del 1° trimestre 2018 al 29% del 2019), mentre si riduce la percentuale di chi considera l’attuale momento buono per comprare le cose di cui si necessita o di cui si ha bisogno (dal 24% di inizio 2018 al 23% del 1° trimestre 2019). Più in generale, il lieve arretramento della fiducia e quello di alcuni dei principali indicatori che la determinano (prospettive lavorative stabili, prospettive finanziare e propensione al consumo in lieve calo), sottolineano l’attuale momento di incertezza e la mancanza di prospettive sicure circa l’immediato futuro degli italiani, determinando atteggiamenti più prudenziali e di attesa.
Centri storici e centri commerciali
Un’importante evidenza sullo sviluppo della rete distributiva riguarda il mondo dei centri storici e dei centri commerciali con un ritorno di interesse da parte dei retailer sui centri città a causa dell’incertezza del disegno di legge sulle chiusure festive, che obbligherebbe alla chiusura i punti vendita sopra i 250 mq nei centri storici con più di 10mila abitanti e di tutti quelli nei centri commerciali. Nei comuni fino a 10mila abitanti potrebbero restare aperti i negozi fino a 150 metri quadri, mentre in quelli con più di 10mila abitanti aperti i negozi fino a 250 metri quadri.
L’Osservatorio Confimprese segnala sostanziale parità nel numero dei punti vendita nei centri commerciali e nei centri storici: quelli con metrature sotto i 250 mq sono per il 40% nei centri commerciali, per il 40% in centro storico e per il 20% in periferia. Di contro, gli esercizi commerciali con metratura dai 400 ai 1500 mq e oltre come ristoranti, fast food e negozi di abbigliamento sono localizzati principalmente nei centri commerciali e retail park.
I retailer frenano nelle aperture soprattutto nei centri commerciali per i punti vendita con metrature dai 400 ai 1500 mq e oltre sia nel food sia nel fashion. Il settore arredo casa ha già rivisto al ribasso i piani di sviluppo per i centri commerciali e al momento prevede aperture solo nei centri storici; le librerie che in genere aprono su riconversione di librerie indipendenti, contano di insediarsi solo nei centri città. Il settore immobiliare, invece, che apre principalmente nei centri città, stima nel semestre a venire un centinaio di nuove agenzie.
Il quadro, però, dipende in gran parte dal fatto che il ddl prenda o meno forma istituzionale.
Outlook del franchising per singola regione
Nello spaccato per singole regioni è emerso che il traino per le nuove aperture è in gran parte dettato da città e località a maggiore attrazione turistica e culturale, dove aprire nuovi punti vendita soprattutto sotto l’insegna di food e abbigliamento, garantisce un ritorno sugli investimenti concentrato per il 20% durante il fine settimana.
L’Osservatorio Confimprese rileva il sorpasso del Lazio sulla Lombardia. Si stimano 97 nuove aperture quasi tutte concentrate su Roma, che si conferma regina del turismo italiano con 15,2 milioni di arrivi in crescita di 1,1 milioni sull’anno precedente (dati Cst per Assoturismo).
La Lombardia perde il primato registrato dall’Osservatorio Confimprese 2018 e, nonostante sia la regione virtuosa per eccellenza che detiene il 20% del totale Pil Italia, arretra a 91 aperture di cui 66 solo nel food: ristorazione e street food sono la cifra iconica che contraddistingue soprattutto Milano, che ha registrato il +10% di incoming turistici nel 2018 (dati Comune di Milano).
Al 3° posto il Veneto scavalca l’Emilia Romagna con 88 esercizi commerciali in arrivo equamente divisi tra food e fashion. Con i suoi 19,5 milioni di visitatori sia autoctoni sia stranieri si consacra prima regione d’Italia (dati Istat).
Scivola in quarta posizione l’Emilia Romagna con 60 nuove aperture in tutti i settori, food, fashion, arredamento, ottica, cosmesi. Gli arrivi sono stati nel 2018 13,7 milioni con una crescita percentuale del +7% dalla Riviera all’Appennino, dalle città d’arte alle terme fino alle altre mete al di fuori degli itinerari tradizionali (dati Comune di Bologna).
Chiude la top 5 delle regioni la Sicilia, che con il 9.5% in più di incoming, continua a rappresentare un mercato di sviluppo della rete distributiva (dati Istat). Nel 2° semestre sono previste 52 aperture. Sicuramente la destagionalizzazione e la programmazione di eventi culturali e di entertainment costituiscono un buon assist anche per il retail.
Academy e formazione
Dall’Osservatorio Confimprese emerge un dato che impatta direttamente sulle risorse umane: la formazione è tornata al centro d’interesse del mondo retail. Se fino a qualche tempo fa era quasi diventata archeologia industriale, oggi fotografa il sentiment che alimenta chi guida le imprese. La difficoltà di lettura del futuro e l’instabilità politico-economica chiedono risposte certe almeno nella preparazione della forza lavoro. E così fioriscono academy per seguire le risorse sia da collocare in sede sia nel punto vendita. Ne sono un esempio nel fashion Yamamay (1.855 persone formate da gennaio a ottobre), Bata (28mila ore di formazione), Tally Weijl, Primadonna, Miniconf, la francese Kiabi con il metodo 70-20-10 (70% formazione sul campo, 20% apprendimento in aula, 10% e-learning).
E ancora nel food Rossopomodoro, Roadhouse (300 risorse formate l’anno), Gruppo Sarni (250 persone nel 2018 con un investimento di 40mila euro), KFC (600 risorse stimate nel 2019), Lindt, illycaffè con l’Università del Caffè, Cioccolati Italiani, la Piadineria (1300 persone nel 2018), Burger King (140 nel 2018), Lowengrube (25mila di investimenti 2019). E ancora nell’arredo casa Thun (950 nel 2018) L’Erbolario, Kasanova (400 persone nel 2018), Natuzzi. Tutti dotati di una scuola di formazione interna per formare, educare, fidelizzare le proprie risorse e far capire loro lo spirito motivazionale alla base di una riuscita politica commerciale. Le risorse vengono motivate anche attraverso corsi mirati per imparare a gestire lo stress e ad acquisire un corretto approccio al lavoro.
L’88% della base associativa pensa che la competenza più rilevante per affrontare i cambiamenti in atto sia l’innovazione, seguita da comunicazione e capacità di gestire l’incertezza (74%) e dal 66,6% che punta su imparare a imparare. Ma c’è dell’altro. Di più. Per affrontare il tema dello sviluppo delle competenze il 33,3% è convinto che si debba puntare su workshop e corsi di formazione, anche all’estero. Un dato, questo, che sottolinea il clima di incertezza all’interno delle aziende: chi non riesce a trovare risposte deve aprirsi al mondo e considerare anche di espatriare. Si tratta di un cambiamento dirompente, che fa oltretutto scivolare la richiesta di nuove assunzioni e l’affiancamento a professionisti esterni al 7,41 per cento. A significare che l’apprendimento deve diventare una condizione permanente delle persone, come sottolinea il 100% della base associativa Confimprese.
Il digital e l’intelligenza artificiale
Il digital è diventato imperante nel retail. L’Osservatorio Confimprese ha analizzato alcuni comportamenti delle aziende a riguardo e ne è emerso che la metà (51,85%) ha adottato test per verificare le competenze delle proprie risorse, il 25,9% corsi di formazione specifici per migliorarle e il 18,5% piani di digital transformation per creare ambienti lavorativi digitali.
Il dato drammatico è semmai un altro: il 26%, quindi un terzo dei retailer, non ha preso alcun provvedimento, mentre il 48% ‘ci sta pensando’.
Nel frattempo il mondo gira in modo diverso e non è un caso che in Italia risieda la più bassa quota di popolazione che compra online: il 44% contro il 68% della media europea. Un ritardo ascrivibile al rapporto tra le competenze digitali di un Paese e la competitività delle aziende.
L’e-commerce è complementare al canale fisico tanto che gli retailer tradizionali abilitano modelli omnicanale e le cosiddette Dot Com cercano di stabilire con i clienti un canale di contatto fisico. Il retail è una delle industrie in cui l’impatto dell’applicazione dell’intelligenza artificiale potrà essere più interessante e immediato, perché in grado di avvicinare anche gli utenti finali, nelle loro abitudini quotidiane, alle nuove frontiere dell’innovazione. Non a caso sono già state adottate soluzioni di intelligenza artificiale per migliorare la relazione con i clienti come i processi di automazione legati alla filiera logistica, al machine learning e alle analisi predittive. Si tratta di elementi decisivi per il rafforzamento di una relazione sempre più personalizzata tra i brand e i consumatori. In un contesto economico nazionale e internazionale, dove il fattore determinante nell’arena competitiva delle aziende è la capacità di garantire un’offerta sempre più personalizzata, le innovazioni che porterà l’intelligenza artificiale potranno migliorare la comprensione delle aspettative dei clienti.