Resca, Confimprese: «Il franchisee diventa multitasking»

L’annuale Osservatorio sul franchising condotto da Confimprese con Largo Consumo non lascia spazio a dubbi: c’è fermento nel settore. A cominciare dall’evoluzione culturale del franchisee, disposto ad allargare la rete distributiva in settori merceologici diversi. Per finire con un cambio di scenario sul passaggio generazionale: reticenza nel lasciare il testimone agli eredi diretti, maggiore propensione a cederlo a un altro imprenditore

Milano, 24 ottobre 2019 – Il franchisee si è evoluto. E lo ha fatto dando maggiore credito alla diversificazione dell’attività in contesti merceologici diversi dal suo. Segno, questo, non solo di un approccio più maturo al franchising, che gli permette di allargare il raggio d’azione sviluppando altri brand spesso in competizione tra loro, ma anche di una sua crescita culturale.

«Nella storia del franchising – afferma Mario Resca, presidente Confimprese – si tratta di uno passo importante, che porta l’affiliato a incarnare sempre di più il concetto dell’autoimprenditorialità insito nella formula distributiva. E che può aprire scenari di maggiore comprensione di un business che è in continua evoluzione e non smette di crescere».

Dall’Osservatorio sul franchising, condotto da Confimprese e Largo Consumo nel 2019 su un panel totale di 594 imprenditori in franchising e 186 affiliati, emerge che il 36% dei rispondenti vuole capitalizzare la propria expertise merceologica mettendola a disposizione di altre insegne anche dello stesso settore. Il 30% è addirittura disposto a implementare la propria attività commerciale valutando proposte di insegne attive in settori differenti. Un segno non di infedeltà verso il franchisor, ma dell’accresciuto potere negoziale di alcuni imprenditori su specifiche piazze. Cambia, dunque, il profilo del franchisee, che diventa sempre più imprenditore di se stesso, che si discosta dagli stereotipi del passato per divenire protagonista del marchio che rappresenta, ergendosi ad ambasciatore di innovazione capace di avviare nuove imprese. Per diventare un imprenditore multitasking.

Anche in fatto di social network si assiste a un miglioramento da parte del franchisee delle capacità interpretative del fenomeno, percepito come driver per incrementare la conoscenza del brand e attirare il consumatore in store: l’87% lo ritiene un mezzo utile per presidiare il territorio. E sostenere, di conseguenza, il tasso di conversione fermo oggi al 20%, una percentuale ritenuta non ancora adeguata per aumentare margini e battute di cassa.

Tuttavia, restano due punti su cui il sistema franchising deve ancora lavorare: aumentare nel franchisee la consapevolezza che l’e-commerce non è una minaccia ma un’opportunità, il primo punto. La metà del campione è, infatti, convinta che l’e-commerce non porti valore aggiunto, mentre il 90% apprezza piuttosto l’importanza del Crm e del programma loyalty implementati dall’azienda, utili entrambi per studiare il consumatore e farlo tornare nel punto vendita.

Il secondo punto riguarda la successione. Un tasto, quest’ultimo, che al momento sembra ancora delicato. Il sentiment raccolto dalla ricerca evidenzia la reticenza nel passare il testimone agli eredi diretti e una maggiore propensione a cederlo a un altro imprenditore. Solo il 35% dei franchisee lascerebbe l’eredità commerciale a un figlio, mentre il 54,5% dichiara di volerla passare a un dipendente, a un altro imprenditore o a un soggetto terzo.

«Riteniamo che, qualunque sia la scelta in un momento in cui i consumi languono e non sostengono la crescita del Paese, sia necessario tutelare non solo la sopravvivenza dell’attività commerciale, ma anche le sorti future di interi territori e del sistema economico nazionale» conclude Resca.